Govi Rare Books Archives - inBiblio
last 7 days
last 30 days

Govi Rare Books

Canzuns spirituaelas davart Cristo Gesu il Bun Pastur e deliziusa paschura persias nuorsas.

Canzuns spirituaelas davart Cristo Gesu il Bun Pastur e deliziusa paschura persias nuorsas.

Frizzoni In 8vo (mm 177×94). Pp. [32], 643, [13]. Segnatura: π2 *8 **8 A-Ss8. Bell’antiporta calcografica raffigurante il Buon Pastore (I.W. Kauffer del., E.P.A. Degmair sculps.), frontespizio stampato in rosso e in nero entro cornice calcografica. Frontalini, finalini e fregi xilografici. Annotazioni musicali su cinque righe stampati a caratteri mobili. Minime mancanze all’antiporta e al frontespizio, restauro al margine interno della carta *3, strappo al margine interno della carta *6. Lievi aloni, alcune carte un po’ brunite. Foro di tarlo al margine inferiore delle ultime 14 cc., che tuttavia non comporta perdita di testo. Il fascicolo finale Ss è un po’ sciolto. Piena pelle coeva con due ganci e fermagli metallici. Fregi impressi a secco al dorso e ai piatti, che presentano abrasioni e lievi mancanze. Dorso a tre nervi. Esemplare genuino. Prima edizione di questa raccolta di canzoni devozionali in lingua romancia. Gian Battista Frizzoni, nato a Celerina dal pastore protestante Giovanni Frizzoni e da sua moglie Maria Zuan, studiò teologia a Ginevra e a Zurigo. Lavorò inizialmente come tutore per i figli della nobile famiglia von Salis. Prese parte al sinodo del 1748 e divenne ministro di Bondo, dove rimase fino al 1758, quando il suo status fu revocato a causa delle sue simpatie pietiste. Fece quindi ritorno a Celerina, dove prestò servizio fino alla sua morte. Durante questo periodo scrisse e compose diversi inni. Catalogo unico, ITICCUTO0E59880 (2 sole copie censite).
Præparatiun sün la S. Tschaina

Præparatiun sün la S. Tschaina, que eis il drett moed da prouver se svessa, and da s’appinær per comparair avaunt la maisa da ?l Sêgner. Cun bellas oratiuns. Da?l Tudaisch, e da ?l originæl Frances da ?l Sigr. Carl Drelincurt. Translatò in Romaunsch træs Lurainz Wiezel D. da L

DRELINCOURT, Charles In 12mo (mm 106×58). Pp. [14], 211 [recte 201], [1]. Segnatura: A12 B6 C12 D6 E12 F6 G12 H6 I12 K6 L12 M6. Alle pp. 194-201 si trova Üna canzun spirituela (musica e testo). Piena pelle coeva con ricche decorazioni impresse in oro al dorso e ai piatti, tagli dorati (oro sbiadito, soprattutto al dorso, lievi abrasioni ai piatti e al dorso, piccolo foro tondo di tarlo sulla cerniera anteriore, minima mancanza al piatto posteriore probabilmente dovuta alla presenza di un fermaglio o di un legaccio che risulta mancante). Nota di possesso manoscritta al recto del risguardo anteriore, ripetuta sul risguardo e sul contropiatto posteriore: "Caterina Iuvalta in Zuot". Inoltre, al risguardo anteriore, di altra mano: "Zuot l’An 1811 15 Aprile". Qualche macchia e fioritura sparsa, lievemente brunito, ma buona copia genuina. Esemplare appartenuto a Caterina Juvalta, discendente dell’importante famiglia grigionese degli Juvalta, che diede i natali, tra gli altri, a Fortunato (Zuoz, 1567-1654), generale svizzero che ricoprì la carica di landamano, scrittore in lingua romancia e autore dell’opera Fortunati a Juvaltis Engadino-Rhaeti de fatis reipublica Rhaetorum cum ipsius vita annexis commentatio historica, una storia del suo paese in latino. RARA PRIMA EDIZIONE IN LINGUA ROMANCIA di questa opera devozionale sull’Ultima Cena. Charles Drelincourt nacque a Sedan il 10 luglio 1595. Il padre Pierre, dopo essere scampato alle persecuzioni contro i protestanti, era divenuto segretario di Henri de La Tour d’Auvergne, duca di Bouillon, a Sedan. Charles dopo aver studiato letteratura e teologia a Sedan, fu mandato a Saumur per frequentare un corso di filosofia. Nel 1618 assunse la conduzione pastorale della chiesa riformata di Langres, senza tuttavia riuscire ad ottenere l’approvazione reale. Nella primavera del 1620 si trasferì a Parigi dove, succedendo a Pierre Du Moulin, fu nominato dal concistoro della comunità ministro della chiesa riformata di Charenton, presso la quale rimase fino alla propria morte. Nel 1625 Charles sposò la figlia di un ricco produttore di birra di Parigi, dalla quale ebbe sedici figli. Fu autore di un vasto numero di opere teologiche e devozionali, ma anche di scritti polemici in funzione anti-cattolica, che contribuirono a rafforzare il partito protestante in Francia. Molte delle sue opere ottennero un notevole successo e furono successivamente tradotte in diverse lingue. La traduzione si deve a Lurainz Wietzel (1627-1670). Proveniente da un’influente famiglia di Zuoz (il padre Giörin era un politico di una certa rilevanza), questi studiò legge e divenne avvocato. Della sua carriera si conosce ben poco, particolarmente significative risultano invece le sue traduzioni dei Salmi di Ginevra e della letteratura devozionale in ladino e in romancio. OCLC, 248882546.
Compendio delle lezioni di chimica inorganica date nella R. Università di Modena ed in parte nella R. Scuola militare in Modena. Fascicolo N.1.

Compendio delle lezioni di chimica inorganica date nella R. Università di Modena ed in parte nella R. Scuola militare in Modena. Fascicolo N.1.

Antonielli Giuseppe In-8vo (mm 236×144); pp. 80. Lievi aloni e leggere fioriture marginali. Brossura editoriale originale. Minime mancanze al dorso e alle copertine. In barbe. Copia di dedica dell’autore "All’Ill. prof. Conte Leonardo Salimbeni.", con nota manoscritta al margine superiore della copertina anteriore. (Insieme a:) ANTONIELLI, GIuseppe. R. Università di Modena. Facoltà di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali. Programma degli esami speciali di Chimica Inorganica. Bifolio (mm 217×136), con diverse note manoscritte. (Insieme a:) Documento manoscritto contenente appunti ed annotazioni su argomenti di fisica (mm 185×136). Cc. [4], bianco il verso della terza e il recto della quarta carta. Disegno a matita al verso dell’ultima carta. (Insieme a:) Documento manoscritto contenente appunti ed annotazioni di argomenti di chimica (mm 212×156). Cc. [4], scritto solamente alla prima carta. "Salimbeni" vergato al margine superiore del recto della prima carta. I due documenti manoscritti potrebbero essere appunti vergati da Salimbeni. Giuseppe Antonielli fu professore di chimica presso l’Università di Modena e chimico presso la locale stazione agraria. Leonardo Salimbeni, conte di Salissole, fu ingegnere, accademico e politico italiano. Docente di geografia e storia naturale presso il collegio San Carlo di Modena, fu membro dell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Modena, nonchè sindaco di Nonantola. Fu direttore dei Telegrafi del governo provvisorio per la provincia di Mantova. Curò inoltre, insieme allo zoologo Giovanni Canestrini, la prima traduzione italiana del L’origine delle specie di Darwin.
Le due opere che iniziano la querelle Caro-Castelvetro

Le due opere che iniziano la querelle Caro-Castelvetro

Caro Annibale L’INIZIO DELLA QUERELLE CARO-CASTELVETRO [CARO, Annibale (1507-1566)]. Apologia de gli Academici di Banchi di Roma, contra M. Lodovico Castelvetro da Modena. In forma d’uno Spaccio di Maestro Pasquino. Con alcune operette, del Predella, del Buratto, di ser Fedocco. In difesa de la seguente Canzone del commendatore Annibal Caro. Appartenenti tutte à l’uso de la lingua toscana et al vero modo di poetare. Colophon: Parma, Seth Viotti, novembre 1558. In 4to (mm 207×150). Pp. 268, [16]. Segnatura: A-Z4 a-m4. Marca tipografica incisa in legno sul titolo, colophon a c. m3v, altra marca tipografica al verso dell’ultima carta. Pergamena floscia coeva con nervi passanti e titolo manoscritto lungo il dorso (piatto posteriore macchiato). Nota manoscritta al piatto anteriore "M31.Sb7.no26", ripetuta in parte sul frontespizio "S.B. n7". Altra nota non leggibile al titolo. Lunga nota di mano seicentesca sul margine di p. 170 relativa al poeta Arnolfo. Titolo un po’ sporco, lievi aloni su alcune carte, qualche fioritura marginale, ultime carte leggermente brunite, piccoli restauri al frontespizio e all’ultima carta, ma nel complesso buona copia marginosa. PRIMA EDIZIONE (nella tiratura con la marca al frontespizio impressa in legno anziché in rame). Una seconda edizione apparve a Parma, sempre presso il Viotti, nel 1573. Annibal Caro, originario di Civitanova Marche, studiò a Firenze, dove conobbe Benedetto Varchi. Entrato successivamente al servizio dei Farnese, poté godere di un vitalizio e di benefici tali da assicurargli una vita tranquilla e da permettergli di dedicarsi senza altri problemi ai suoi interessi letterari. La fama del Caro è soprattutto legata alla sua celebre traduzione in versi sciolti dell’Eneide (1581), che rimase un classico per diversi secoli. Nella riuscita commedia Gli Straccioni (1582) egli raffigura in modo fedele la società romana della metà del secolo. Caro lasciò il servizio presso i Farnese nel 1563, passando gli ultimi anni ritirato in una piccola villetta a Frascati, dove curò l’edizione delle sue lettere e rifinì la traduzione dell’Eneide. Le Rime apparvero postume a Venezia nel 1569 (cfr. D.B.I., XX, pp. 497-508). G. Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime di scrittori italiani o come che sia aventi relazione all’Italia, Milano, 1848, I, p. 5; Edit 16, CNCE9646; Gamba, nr. 276; Adams, C-739. (si offre insieme:) EX DONO AUCTORIS [CASTELVETRO, Ludovico (1505-1571)]. Ragione d’alcune cose segnate nella canzone d’Annibal Caro Venite a l’ombra de gran gigli d’oro. S.n.t. [Modena, Cornelio Gadaldini il Vecchio, 1559]. In 4to (mm 194×143). Cc. [2, di cui la prima bianca], 116, [2]. Segnatura: +4 A-Z4 Aa-Ff4. Le carte +2 e +3 sono state rilegate alla fine del volume prima della carta Ff4, mentre la bianca corrispondente del frontespizio, che dovrebbe essere l’ultima carta del primo fascicolo, si trova rilegata prima del titolo. Sul titolo emblema xilografico dell’autore (civetta con motto greco "Kekrika"). Errata a c. 116. Sul frontespizio nota di possesso manoscritta di difficile leggibilità, che contiene il nome del possessore ("Flavio Musco o Mafio"?) e, più sotto, l’indicazione "dono dell’autore", presumibilmente di mano del possessore stesso. Cartone antico con nervi passanti e titolo manoscritto al dorso (dorso in parte restaurato, risguardi rinnovati). Titolo ed ultima carta arrossati, a tratti lievemente fiorito ed arrossato. Buona copia. PRIMA EDIZIONE. Esiste una diversa tiratura di questa prima edizione priva dell’emblema al frontespizio (solo la cornice e il motto sono presenti) e recante il titolo Ragioni d’alcune cose preceduto dal nome dell’autore. L’opera fu poi ristampata a Venezia nel 1560, a Parma nel 1573, a Basilea nel 1573 circa e in un’edizione senza dati tipografici di dubbia attribuzione: tutte queste edizioni successive alla prima sono in formato in 8vo. Originario di Modena, il Castelvetro compì i primi studi sotto Panfilo Sassi. Studiò quindi diritto a Bologna, Ferrara, Padova e Siena, dove si addottorò e entrò a far parte della celebre Accademia degli Intronati. In seguito passò un breve periodo a Roma. Nel 1529 fece definitivamente ritorno a Modena, dove tre anni dopo fu nominato lettore di diritto presso la locale università. Una grave malattia lo tenne tuttavia lontano dagli studi per molto tempo. Nel corso della sua vita svolse anche vari incarichi amministrativi. Già nei primi anni del suo ritorno a Modena, si venne costituendo un sodalizio chiamato Accademia modenese, che dagli intenti prettamente letterari dell’inizio passò ben presto ad occuparsi di questioni religiose. Castelvetro ne assunse la guida e si fece promotore della diffusione in Italia delle idee riformate, pubblicando, con il titolo El summario de la Sancta Scrittura, uno zibaldone di scritti del Melantone. La repressione non si fece attendere e il gruppo fu sciolto. I problemi con l’Inquisizione ripresero per il Castelvetro dopo il 1553, in seguito alla polemica letteraria sorta con Annibal Caro, che nell’Apologia lo denunciò come "empio nemico di Dio" e lo accusò dell’omicidio di Alberico Longo, servitore del vescovo G.B. Campeggi. Il 20 dicembre del 1556 il Castelvetro fu condannato a morte in contumacia dal tribunale di Bologna. Grazie all’appoggio del duca di Ferrara e del governatore di Modena, Castelvetro e gli altri imputati, tra i quali lo stampatore Antonio Gadaldino, evitarono l’arresto, impugnando qualsiasi sentenza fosse emessa da un tribunale posto fuori dai confini del Ducato estense. Solo nel 1560 un accordo tra il papa e il duca lo costrinse a recarsi a Roma per sottoporsi al giudizio del S. Uffizio. Il 17 ottobre riuscì tuttavia a scappare, prima di essere condannato, il 26 novembre, come "eretico fuggitivo ed impenitente". Grazie nuovamente alla complicità dele autorità estensi, Castelvetro nel 1561 prese la via della Svizzera. Dopo aver soggiornato a Chiavenna e a Ginevra, si trasferì a Lione, quindi nel 1569 a Vienna, dove diede alle stampe la sua
Drammaturgia di Leone Allacci divisa in sette indici

Drammaturgia di Leone Allacci divisa in sette indici

Allacci Leone LA PRIMA BIBLIOGRAFIA ITALIANA DI TEATRO In 12mo (mm. 143×80). Pp. [24], 816. Segnatura:†12A-Ll12. Pergamena rigida coeva con titolo e fregio manoscritti al dorso. Piccolo foro e minime mancanze marginali al frontespizio, piccoli fori di tarlo al margine superiore delle prime otto carte che non interessano il testo, carta uniformemente brunita. Esemplare genuino nella sua prima legatura. RARISSIMA PRIMA EDIZIONE. Una seconda edizione, accresciuta ed aggiornata da G. Cendoni ed A. Zeno, fu pubblicata a Venezia nel 1755 per i torchi di G.B. Pasquali. Si tratta della prima bibliografia di opere teatrali italiane edite ed inedite, nonché della prima opera di questo genere in qualsiasi lingua. Cominciata intorno al 1654 in collaborazione con A. Aprosio, la Drammaturgia faceva parte di un progetto, mai realizzato, che avrebbe dovuto culminare in una vera e propria storia della poesia italiana. "è un repertorio fondamentale in quanto documenta la vasta produzione teatrale italiana dei secoli XVI-XVII, non solo quella raccolta nella sua preziosa collezione donata poi alla Biblioteca Vaticana, fornendo notizie di libri e di scenari ma anche di opere ancora inedite che circolavano manoscritte (fra esse la Bibliographia politica di Naudé). Esemplare altresì l’elaborazione dei dati attraverso sette indici: il principale per titoli, accompagnato da altri per nome, cognome, patria degli autori" (L. Balsamo, La bibliografia, Firenze, 1984, p. 68). Leone Allacci nacque a Chio nel 1586. Il suo cognome è un adattamento italiano del greco Alàtzes (venditore di sale). Condotto in Italia dallo zio in giovanissima età, dopo varie peregrinazioni, l’Allacci giunse a Roma, dove nel 1599 entrò nel collegio di S. Atanasio, istituito per l’istruzione dei greci di fede cattolica. In collegio, oltre alla filosofia e alla teologia, egli apprese il latino e il greco antico. Terminati gli studi, dopo alcuni incarichi che lo riportarono per un certo periodo a Chio, si dedicò alla medicina, che apprese sotto la direzione dell’aristotelico Giulio Cesare Lagalla, di cui in seguito fu anche biografo. Tuttavia non esercitò mai la professione medica, in quanto fu assunto alla Biblioteca Vaticana. Nel 1622 ricevette l’incarico di eseguire il trasferimento della Biblioteca Palatina di Heidelberg, che era stata donata al papa da Massimiliano I, duca di Baviera. Di questo notevole episodio nella storia delle biblioteche europee egli fece una interessante relazione. Nel 1638 diventò bibliotecario del cardinale Francesco Barberini. Nel 1661 successe a Luca Holstenio come primo custode della Vaticana. Morì a Roma il 19 gennaio 1669. In rapporti epistolari con vari importanti personaggi italiani e stranieri (A. Magliabechi, A. Aprosio, F. Ughelli, G. Naudé, Colbert e tanti altri), attraverso la pubblicazione delle sue numerose opere a Roma, Parigi, Lione e Colonia, divenne uno dei più stimati intellettuali europei del suo tempo. Dotato di straordinaria erudizione, tra le sue oltre sessanta pubblicazione spiccano in particolare gli scritti patristici, quelli di storia bizantina e soprattutto quelli riguardanti la storia dei rapporti fra la chiesa romana e la chiesa greca (cfr. D.B.I., II, pp. 467-471). Catalogo unico, ITICCUCAGE00255; C. Jacono, Bibliografia di Leone Allacci (1588-1669), Palermo 1962, p. 40; Th. Besterman, A World Bibliography of Bilbiographies, New York, 1955, I, col. 1074; B. Breslauer-R. Folter, Bibliography, New York, 1984, nr. 63.
Le lagrime di Sebeto per la morte dell'Illustrissima Sig. Donna Maria Colonna

Le lagrime di Sebeto per la morte dell’Illustrissima Sig. Donna Maria Colonna, d’Aragona. Composte dal S. Gabriel Moles, et nuovamente mandate in luce da Girolamo Ruscelli

Moles IN MORTE DI MARIA COLONNA, FIGLIA SCONOSCIUTA DI GIOVANNA D’ARAGONA In 4to (mm. 205×142). Pp. [8], 35, [5, di cui le ultime 3 bianche]. Segnatura: *4 A-E4. La carta E4 è bianca. Marca tipografica al titolo. Carattere corsivo. Ex-libris a stampa del tipografo di Wichita, Bill Jackson (The Four Ducks Press Library), incollata al verso dell’ultima carta. Cartonato moderno con impressa in nero sul piatto anteriore la marca del Griffio. Un po’ sciolto, ma ottimo esemplare marginoso. RARA PRIMA EDIZIONE (una seconda, probabilmente una contraffazione, apparve a Venezia nel 1555 senza nome dello stampatore). L’opera è dedicata da Girolamo Ruscelli a Don Francisco de Mendoza, cardinale di Burgos , in data Venezia, 7 gennaio 1554. Nella dedica si precisa che Maria Colonna d’Aragona era figlia di Giovanna d’Aragona Colonna, nipote di Maria d’Aragona d’Avalos, marchesa del Vasto, e sorella di Vittoria Colonna d’Aragona. Il componimento, composto da 104 ottave, descrive una processione funerale di figure storico-mitologiche. In chiusura vi sono un sonetto di Benedetto Varchi a Domenico Venier e la riposta di quest’ultimo. Girolamo Ruscelli, viterbese di umili origini, fu uno dei più importanti editori e revisori editoriali del Cinquecento. Cominciò la sua attività a Roma, dove fondò l’Accademia dello Sdegno, quindi nel 1549 si trasferì a Venezia, dove lavorò per Sessa e Valgrisi. Nel 1552 presso Giovanni Griffio pubblicò una raccolta poetica intitolata Lettura sopra un sonetto dell’Illustriss. Signor Marchese della Terza, dedicandola a Maria d’Aragona, marchesa del Vasto. Grazie a questa abile operazione editoriale Ruscelli riuscì a inserirsi nell’agguerrito mondo editoriale veneziano e, nello stesso tempo, a procacciarsi amicizie e protezioni altolocate. Tre anni più tardi egli intraprese un’analoga, ma ancora più ambiziosa iniziativa editoriale, facendo stampare dal fido Plinio Pietrasanta (che era in realtà un semplice prestanome dietro il quale Ruscelli pubblicò diverse opere fino al 1555) una straordinaria antologia poetica plurilingue in lode di Giovanna d’Aragona Colonna, cognata della celebre poetessa Vittoria Colonna e sorella di Maria d’Aragona, marchesa del Vasto, intitolandola Del Tempio alla signora Donna Giovanna d’Aragona (cfr. C. Di Filippo Bareggi, Il mestiere di scrivere: lavoro intellettuale e mercato librario a Venezia nel Cinquecento, Roma, 1988, pp. 78-80). Dopo la morte di Vittoria Colonna nel 1547, insieme alla quale avevano animato i circoli letterari napoletani nei primi anni quaranta del Cinquecento, contribuendo a diffondere le idee riformistiche di Juan de Valdés e di Bernardino Ochino, le due sorelle Giovanna e Maria d’Aragona, celebri per la loro bellezza ed intraprendenza, divennero le due patrone più prominenti e ricercate del mondo letterario italiano dell’epoca. Con l’elezione al soglio pontificio di Paolo IV Carafa, acerrimo amico dei Colonna, con cui fu in guerra per vari anni, e promotore del primo Index che includesse anche opere poetiche di carattere non dottrinale, Giovanna d’Aragona Colonna fu messa agli arresti domiciliari. Nel dicembre del 1555 riuscì tuttavia a fuggire travestita da contadina, insieme ai suoi sei figli. La notizia della sua fuga fece scalpore nella penisola, tanto più che ella aveva lasciato il marito e conduceva una vita estremamente indipendente per una donna dell’epoca (cfr. D. Chiomenti Vassalli, Giovanna d’Aragona fra baroni, principi e sovrani del Rinascimento, Milano, 1987, pp. 148-149). Fu in questo contesto che il Ruscelli e, due anni dopo, anche il Betussi (Immagini del tempio della Signora Giovanna d’Aragona) pubblicarono le loro opere, una sorta di "preemptive strike in the broader forum of Italian public opinion against a pope from whom neither they nor their patrons could expect anything but aggression" (D. Robin, Publishing Women. Salons, the Presses, and the Counter-Reformation in Sixteenth-Century Italy, Chicago-London, 2007, p. 102-108). Le Lagrime di Sebeto, pur essendo state trascurate dalla critica, sono anch’esse da collocarsi in questo ambito storico-culturale. Altrettanto trascurata è la defunta, ossia Maria Colonna d’Aragona, che non figura tra i nomi dei sei figli che i biografi solitamente attribuiscono a Giovanna d’Aragona, ossia Vittoria, Agnese, Girolama, Fabrizio, Prospero e Marcantonio. Poco si sa della vita di Gabriel Moles, poeta napoletano di padre spagnolo e madre italiana (cfr. C. Minieri Riccio, Memorie storiche degli scrittori nati nel Regno di Napoli, Ivi, 1844, p. 225). Edit 16, CNCE52905.
Il Solimano. Tragedia

Il Solimano. Tragedia

Bonarelli della Rovere "THE FIRST MOVABLE SCENES IN THE HISTORY OF THE THEATRE" (BENESCH) In 4to (mm. 217×160). Pp. [12, incluso il frontespizio inciso], 162, [2]. Con 5 tavole calcografiche ripiegate fuori testo. Segnatura: a6 A-V4 X2. Il frontespizio e le tavole sono incise da Jacques Callot su disegni di Giulio Parigi. Il frontespizio, che rappresenta il protagonista in piedi tra vari trofei, è qui nel secondo stato con l’iscrizione sotto lo stemma mediceo e la firma dell’incisore in basso a sinistra (cfr. G. Boffitto, Per un frontespizio del Callot, in:" La Bibliofilia", XXX, 1928, p. 6). Le tavole rappresentano scene tratte dai cinque atti della tragedia ed ambientate nella Firenze dell’epoca. Frontalini, finalini, iniziali e fregi xilografici. Cartonato coevo ricoperto di bella carta colorata, tagli rossi (un po’ sbiaditi). Piccoli fori di tarlo nelle prime carte con minimi danni al testo, sporadici aloni e macchie marginali. Ottima copia. PRIMA EDIZIONE ILLUSTRATA di questa fortunata tragedia in cinque atti in versi di ambientazione turchesca, che tra il 1619 e il 1658 andò incontro a numerose edizioni. Rappresentata per la prima volta ad Ancona nel 1618, fu pubblicata a Venezia l’anno seguente in un’edizione in 12mo senza illustrazioni. Preceduta da una lettera di G.B. Strozzi all’autore, da sonetti laudatori di Ottavio Rinuccini, Andrea Salvadori, Niccolo Strozzi e Gabriello Chiabrera. Con questa tragedia sono introdotte importanti innovazioni come l’abolizione del prologo e del coro. Per l’ambientazione, gli usi e i costumi dei Turchi il Bonarelli si rifece alle Istorie dei Turchi di Francesco Sansovino (cfr. R. Ciancarelli, Introduzione, in: "P. Bonarelli, Il Solimano: strategie teatrali di un dilettante nel Seicento", Roma, 1992). "The dramatic finale shows the city of the tyrant Soliman in flames. The moveable scenes -the first in the history of the theatre – picture contemporary Florence. The whole of its effective contrasts of dark and light, seems fantastic, yet it is the rational and realistic portrait of a fantastic, imaginary subject" (O. Benesch, Artistic and Intellectual Trends from Rubens to Daumier as shown in Book Illustration, New York-Cambridge, 1969, p. 17). Prospero Bonarelli, originario di Novellara e figlio del conte Pietro Bonarelli della Rovere, soggiornò presso le corti di Ferrara, Modena, Firenze e Vienna, prima di stabilirsi ad Ancona, dove fondò l’Accademia dei Caliginosi e dove morì nel 1659. Il Solimano rimane la più celebre e riuscita delle sue numerose composizioni teatrali. Allacci, p. 729; Cicognara, 1086; Gamba, 1536; Kat. d. Ornamentstichslg. Berlin, 4112; Libreria Vinciana, 3870.
Bertoldo con Bertoldino e Cacasenno in ottava rima con argomenti

Bertoldo con Bertoldino e Cacasenno in ottava rima con argomenti, allegorie, annotazioni, e figure in rame

CROCE Giulio Cesare Il più bel figurato dell’editoria settecentesca bolognese In 4to (mm. 283×207). Pp. [18], 346, [2], 128 con antiporta calcografica, 20 tavole fuori testo ed 1 tabella ripiegata fuori testo. Segnatura: π2 *-**4 A-Tt4 Vv6 a-q4. Marca calcografica al frontespizio (volpe con la città di Bologna sullo sfondo). Ritratto dell’autore in ovale alle carte preliminari, quindici grandi finalini calcografici. L’apparato illustrativo è un rifacimento del lavoro di Giuseppe Maria Crespi detto lo Spagnolo, ad opera di Ludovico Mattioli (cfr. G. Boffito, Le acqueforti del Crespi e le stampe dell’edizione illustrata del "Bertoldo", in: "L’Archiginnasio", XXI, 1926, pp. 14-25). Legatura del primo Ottocento in piena pergamena rigida con ricche impressioni in oro ai piatti, dorso con tassello e titolo in oro, piccoli fregi in oro, risguardi e tagli marmorizzati (segni di tarlo ai piatti). Lievi fioriture, piccoli segni di tarlo al margine di alcune carte, ma nel complesso ottima copia marginosa e solidamente rilegata. PRIMA EDIZIONE del rifacimento in venti canti in ottava rima dei celebri romanzi di Giulio Cesare Croce ed Adriano Banchieri, ad opera di venti autori, fra cui G. Baruffaldi, C. I. Frugoni, G. L. Amadesi, G. P. Riva, P. B. Balbi, G. P. Zanotti e V. Marescotti (i nomi degli autori si ricavano dall’Avviso a chi legge e dall’Indice degli autori). Gli Argomenti dei canti sono di Vincenzo Marescotti, la Allegorie di Sebastiano Paoli. Le Annotazioni di Giovanni Andrea Barotti, che occupano le ultime 128 pagine, "per la gran quantità di detti, di proverbi, di locuzioni popolari, di usi poetici, richiamati con scrupolosa esattezza ed esaminati nella genesi e nelle fonti, sono ancora utili non solo per la esegesi della poesia giocosa, ma anche per la conoscenza della vita sociale del Settecento" (D.B.I., VI, p. 486). Le sottilissime astuzie di Bertoldo furono stampate per la prima volta nel 1606 a Milano da Pandolfo Malatesta con dedica a Filippo Contarini. Le piacevoli e ridicolose simplicità di Bertoldino, figliuolo del già astuto Bertoldo apparvero nel 1608. Si tratta di libere rielaborazioni della leggenda del Dialogus Salomonis et Marcolphi. Successivamente Adriano Banchieri aggiunse la Novella di Cacasenno figlio del semplice Bertoldino (1641), che tuttavia non possiede la forza dei due scritti del Croce. I tre testi, da allora conosciuti con il titolo tradizionale di Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno, ebbero straordinario successo di pubblico e furono ristampati insieme numerose volte. Catalogo unico, ITICCULO1E03748; Gamba, 2156; Brunet, I, 820; Cicognara, 1083; G. Canterzani, Catalogo ragionato dei libri a stampa pubblicati in Bologna dai tipografi Lelio e Petronio dalla Volpe, Bologna, 1979, p. 77, nr. 16.
Il Palmerino di M. Lodovico Dolce

Il Palmerino di M. Lodovico Dolce

Dolce Ludovico In 4to (mm. 214×148). Cc. 137, [1]. Segnatura: A-Q8 R10. Elegante frontespizio entro elaborata cornice architettonica incisa in legno, vignetta xilografica all’inizio del primo canto, testatine e capilettera xilografici. Firma di appartenenza e nota manoscritta al risguardo anteriore: "1810 di Francesco Testa vicentino", e poco più sotto "Leonardo Trissino 13 ottobre 1834. dono di Francesco Testa". Graziosa legatura in cartone marmorizzato dell’inizio del XIX secolo, dorso a nervi con tassello, titolo e filetti in oro (fori di tarlo e minime mancanze al dorso). Restauro all’angolo inferiore esterno del frontespizio, aloni e bruniture diffuse, piccoli fori e segni di tarlo al margine di alcune carte. PRIMA EDIZIONE della versione italiana in ottava rima di questo poema cavalleresco sulle avventure di Palmerino d’Oliva, che rientra nel ciclo spagnolo e costituisce una continuazione degli Amadigi. Vi si narrano le vicende di Palmerino, figlio illegittimo ed abbandonato dell’imperatore di Bizanzio che, dopo varie avventure, eredita il regno di Costantinopoli. La versione originale spagnola in prosa venne pubblicata in Spagna nel 1511. Il rifacimento del Dolce fu ristampato postumo nel 1597 con titolo mutato, insieme al suo seguito Primaleone figliuolo di Palmerino (Venezia, 1562). Lodovico Dolce, di antica famiglia veneziana, rimase orfano in giovane età. Compiuti i primi studi a Padova, fece ritorno a Venezia, dove visse per il resto della sua vita con i proventi delle sue numerose pubblicazioni e della sua attività di revisore editoriale presso Giolito de’ Ferrari, con cui collaborò per quasi trent’anni. Fece parte dell’Accademia dei Pellegrini, fra i cui membri figuravano A. F. Doni, F. Sansovino, G. Denores, E. Bentivoglio e tanti altri (cfr. D.B.I., XL, pp. 399-405). Adams, D-749; Edit 16, CNCE17370; G. Melzi-P.A. Tosi, Bibliografia dei romanzi di cavalleria in versi e in prosa italiani, Milano, 1865, p. 136; A. Cutolo, I romanzi cavallereschi in prosa e in rima del Fondo Castiglioni presso la Biblioteca Braidense di Milano, Milano, 1944, 102.
Le mie prigioni

Le mie prigioni, memorie di Silvio Pellico da Saluzzo

Pellico Silvio In 8vo (mm. 203×123). Pp. [6], 339, [1]. Con occhietto e piccolo fregio xilografico al frontespizio. Finalini xilografici. Lievi aloni marginali e leggere fioriture sparse, ma nel complesso ottima copia. Mezza pelle coeva con punte, dorso con piccoli fregi e filetti in oro, tassello e titolo anch’esso in oro, piatti rivestiti con carta marmorizzata, tagli spruzzati in azzurro (minime spellature lungo le cerniere). Prima edizione di una delle più celebri opere del nostro Risorgimento. Scritta due anni dopo la scarcerazione, l’opera vuole essere il racconto del processo spirituale maturato dall’autore nei duri anni del carcere, durante i quali, grazie alla fede, alla carità cristiana e allo spirito di rassegnazione, giunse alla pace interiore. Gli eventi politici sono così posti in secondo piano rispetto al mondo intimo del personaggio-autore, contornato dalle figure molto umane del carceriere Schiller, della popolana Zanze e dell’amico Piero Maroncelli. Lo stile volutamente semplice contribuì all’enorme successo dell’opera, che ebbe grande diffusione anche fuori dai confini nazionali. Originario di Saluzzo, Silvio Pellico nel 1810 si trasferì a Milano, dove conobbe Ugo Foscolo e Vincenzo Monti e dove compose le prime tragedie patriottiche di grande successo. Collaborò in qualità di redattore al Conciliatore. Arrestato come carbonaro nel 1820, fu condannato a quindici anni di carcere. Nel 1830, dopo nove anni di reclusione nella fortezza dello Spielberg, in Moravia, fu graziato e liberato. Trascorse gli ultimi anni di vita a Torino, lontano dalla politica, come bibliotecario della marchesa Barolo. Catalogo unico, ITICCUSBL162734; Parenti, Bibliografia delle opere di Silvio Pellico, Firenze, 1952, p. 36, nr. 39.
Novo teatro di machine et edifici per varie et sicure operationi. Co le loro figure tagliate in rame e la dichiaratione

Novo teatro di machine et edifici per varie et sicure operationi. Co le loro figure tagliate in rame e la dichiaratione, e dimostratione di ciascuna

Zonca Vittorio In folio (mm. 300×206). Pp. [8], 115, [1] e [2] carte fuori paginazione, poste tra le pp. 88-89, recanti 3 incisioni firmate "Ben. W. fe." (Benjamin Wright). Diversi errori di numerazione. Segnatura: p2 A2 2A-O4 P2. Bel frontespizio architettonico e 42 tavole calcografiche a piena pagina nel testo. Capilettera xilografici. Pergamena semirigida coeva (minime mancanze al dorso e lievi macchie ai piatti). Al verso del risguardo anteriore ex-libris a stampa "Bibliothèque de Gabriel Koenigs Professeur à l’Université de Paris"; più sopra nota manoscritta di carattere bibliografico firmata "Guidicini, 28 agosto 1826". Lievi aloni marginali, piccolo strappo verticale al margine inferiore della c. B1 senza danno. Alcune tavole un po’ sbiadite, ma nel complesso ottima copia marginosa. SECONDA EDIZIONE (reimpressione della prima del 1607, sempre del Bertelli, salvo che per una nuova dedica dell’editore a Nicolò de Lazara) di uno dei grandi classici tra i libri di macchine del tardo Rinascimento italiano. Insieme al Branca, al Ramelli, al Veranzio, al Biringuccio, al Cardano, Zonca rappresenta uno degli esponenti di spicco di quella che da A. P. Usher (A History of Mechanical Inventions, New York, 1929) è stata definita la "scuola degli ingegneri italiani", tutti in qualche modo debitori, direttamente o indirettamente, dell’opera di Leonardo. Con essi lo Zonca condivide la superba qualità e la quantità copiosa delle figure, lo scopo pratico di informare artigiani e ingegneri dello sviluppo delle nuove tecnologie, la ricerca di nuove sorgenti di energia e, non da ultimo, il desiderio filantropico di alleggerire e semplificare il lavoro umano. Tutte le macchine sono illustrate e descritte minuziosamente. Di particolare interesse sono quelle che riguardano la lavorazione delle seta e degli altri tessuti e quelle che riguardano la stampa. L’opera include anche la prima rappresentazione conosciuta di un follone, ossia della macchina utilizzata per la follatura di feltri e tessuti, che talvolta veniva utilizzata come una sorta di lavatrice ante litteram del villaggio (cfr. U. Forti, Storia della tecnica dal Medioevo al Rinascimento, Firenze, 1957, pp. 154-155). Della figura a pagina 94 (Cartiera overo pistogio che pesta le strazze per far la carta) D. Hunter (Papermaking through eighteen centuries, New York, 1930, p. 167) dice essere "the first illustration of a stamping mill". Di interesse culinario invece la tavola intitolata Machina da voltar spiedi per cuocer vivande (cfr. Arte della cucina e alimentazione nelle opere a stampa della Biblioteca Nazionale Marciana dal XV al XIX secolo, Roma, 1987, p. 285, nr. 1714). Alcune figure riportano il monogramma FV, che sta per Francesco Valesio, altre il monogramma Ben W sc, ossia Benjamin Wright, altre ancora un non identificato AH o AHI o AI (cfr. G.K. Nagler, Die Monogrammisten, II, nr. 2535 e I, nr. 1792). Vittorio Zonca fu un inventore italiano. Nel 1597 fu nominato architetto della città di Padova, carica onoraria che tuttavia non gli consentì, a quanto pare, di esercitare la professione. Il Novo teatro. fu pubblicato postumonel 1607. L’opera godette di grande fortuna, e fu ristampata per ben quattro volte nella prima metà del XVII secolo. L’editore, Pietro Bertelli, fu attivo in quegli anni in Veneto sia come tipografo che come incisore (cfr. Bénézit, I 689). Riccardi, I 667; Catalogo unico, ITICCULO1E08019; Cicognara, 970; Dibner 173; Usher, Mechanical Inventions, 232; Libri, Sciences Mathématiques en Italie, IV, 58-59.
Beatae Mariae Virginis Officium

Beatae Mariae Virginis Officium

Chiesa Cattolica "IL GIOIELLO PIù GENTILE DEL BIBLIOPOLA PASQUALI" (MORAZZONI) In 12mo (mm. 131×78). Pp. [40], 427, [5]. Con antiporta, vignetta al titolo, 15 tavole nel testo a piena pagina e 20 finalini incisi in rame da Marco Alvise Pitteri (1702-1786) su disegni di Giovanni Battista Piazzetta (1683-1754). Segnatura: p4 A-Z8 Aa-Ff8. Testo inciso da Angela Baroni. Capilettera xilografici. Lievi aloni marginali, piccolo foro di tarlo al margine esterno di diverse carte che tuttavia rimane ben distante dal testo. Bella legatura coeva in piena pelle, dorso e piatti riccamente ornati in oro, contropiatti rivestiti in seta azzurra, tagli dorati (minime spellature lungo le cerniere). Ex-libris a stampa: "1678 Guido Ringler". Ottima copia ben rilegata e conservata in astuccio moderno in piena pelle con titolo in oro su tassello e impressioni a secco e in oro al dorso. EDIZIONE ORIGINALE di uno dei migliori esempi della sensibilità illustrativa del Piazzetta e di uno dei più pregevoli figurati veneziani del Settecento. "Il gioiello più gentile del bibliopola Pasquali è l’Officium Beatae Mariae Virgins stampato nel 1740 per incarico del ricco negoziante Caime che il libretto ha fatto imprimere in segno di devota gratitudine verso la Regina Celeste alla quale di tanti benefici si confessa debitore. Il libretto è prezioso sotto ogni aspetto, essendo il risultato dell’armonica collaborazione di Giovanni Battista Piazzetta e di Marco Pitteri, due artisti che in quel momento sono i più perfetti rappresentanti della pittura e dell’incisione veneziana. Ben trentasette sono i disegni di G.B. Piazzetta inclusi nelle pagine che Angela Baroni labore improbo, precisa e ammirevole, scolpì ad una ad una. Come sempre il vivace pittore è prodigo di audaci scorci, di ardite luminosità e di quella sensibilità psicologica che fa di lui il pittore più religioso di Venezia, come appare evidente dalle tavole della Cena degli Apostoli e di Re David. Marco Pitteri con questa traduzione fedele ed amorosa di originali tanto difficili da interpretare, inizia quella felice collaborazione con il Piazzetta che solo la morte poteva spezzare quattordici anni più tardi. La forma e il pensiero del pittore nel rievocare gli episodi della vita della Madre di Dio sono fedelmente interpretati; la delicatezza di taglio giustifica in pieno l’accuratissima diligentia lodata dall’editore. La raccolta dei rami dell’Officium Beatae Mariae Virgins deve in seguito essere passata in possesso di Giuseppe Remondini, e il graziosissimo libretto ebbe una larghissima diffusione grazie l’accorta intraprendenza del valoroso bassanese che nel catalogo edito nel 1761, lo ricorda per ben sei volte, in edizioni in 16 e in 32 [.]" (G. Morazzoni, Il libro illustrato veneziano del Settecento, Milano, 1943, pp. 115-116). Catalogo unico, ITICCUPUVE08510; Morazzoni, op. cit., p. 215; T. Gasparrini Leporace, Il libro illustrato nel Settecento a Venezia, Venezia-Milano, 1955, nr. 56.
La coltivatione di Luigi Alemanni al Christianissimo Re Francesco Primo

La coltivatione di Luigi Alemanni al Christianissimo Re Francesco Primo

Alamanni Luigi In 4to (mm. 197×139). Cc. 154, [4]. Segnatura: a a-t8 u-x2 *2. Marca tipografica sul titolo. Stampato nell’elegante corsivo di Garamond, utilizzato da Robert Estienne unicamente per il presente testo, che è anche la sola opera in italiano pubblicata dal tipografo parigino. Legatura del XVIII secolo in piena pergamena rigida con unghie, dorso con fregi e duplice tassello in marocchino verde, beige e nero recante titolo e data impressi in oro, contropiatti in bella carta colorata, tagli parte picchiettati, parte colorati in blue e rosso. Al risguardo anteriore ex-libris inciso che mostra uno scorpione e le inziali "W.R.H.J.". Lievi bruniture e fioriture, ma ottima copia marginosa. PRIMA Edizione, prima tiratura, di questo celebre e fortunato poema didascalico in versi sciolti sulla coltivazione dei campi e la vita rustica, ispirato alle Api del Rucellai e alle Georgiche virgiliane, che l’Alamanni scrisse durante il suo forzato soggiorno in Francia (cfr. F. Caccialanza, Le Georgiche di Virgilio e la Coltivazione di Luigi Alamanni, Susa, 1892, passim). "C’est le chef-d’oeuvre de Luigi Alamanni [.] La Coltivazione est un très beau poème didactique en 6 livres et en vers libre. Il contient d’élégantes imitations des Géorgiques de Virgile et des traductions en vers admirables des meilleurs préceptes en prose de Columelle, Varron, Pline et d’autres auteurs rustiques anciens. On y trouve des procédés d’agriculture particuliers à l’Italie, des description aussi vraies que talentueuses des beautés champêtres transalpines et françaises. On ne saurait en France rester indifférent devant cette oeuvre imprimée che nous, rempliée d’éloges de notre roi qui protégeait le poète exilé, et du pays où il avait trouvé asile" (G. Oberlé, Une bibliothèque bachique, Paris, 1992, nr. 511). Le ultime carte contengono l’errata (c. u2v), il privilegio di Francesco I (cc. x1r-x2r) e la dedica a Caterina de’ Medici, datata Fontainebleau, 24 giugno 1546 (cc. *1r-*2r). Luigi Alamanni nacque a Firenze da una famiglia filo-medicea. Egli tuttavia divenne un frequentatore degli Orti Oricellari, dove conobbe e subì l’influenza di Francesco Cattani da Diacceto, che all’epoca erano diventati il centro dell’opposizione antimedicea. Nel 1522 partecipò ad una congiura per uccidere il cardinale Giulio de’ Medici. La congiura fu sventata, molti dei congiurati furono decapitati, ma l’Alamanni riuscì a fuggire. Dapprima trovò rifugio a Venezia, quindi si trasferì in Francia, dove divenne uno dei più influenti intellettuali della corte di Francesco I, apprezzato anche dai poeti della Pléiade. Per il re svolse importanti incarichi diplomatici, che lo portarono spesso anche in Italia, permettendogli di mantenere vivi i contatti con i maggiori letterati italiani. Nel 1532 pubblicò, dedicandole a Franesco I, le Opere toscane. Successivamente ottenne la protezione anche di Caterina de’ Medici ed Enrico II, cui nel 1548 dedicò il poema Girone il Cortese. L’Avarchide fu invece pubblicata postuma dal figlio Battista (Firenze, 1570). Morì ad Amboise nel 1556 per un attacco di dissenteria (cfr. D.B.I., s.v.). Gamba, nr. 17; A.A. Renouard, Annales de l’Imprimerie des Estienne, New York, 1972, p. 68, nr. 22; Lord Westbury, Handlist of Italian Cookery Books, Firenze, 1963, p. 4; A.L. Simon, Bibliotheca gastronomica, London, 1953, nr. 69; A.L. Simon, Bibliotheca bacchica, London, 1927, II, p. 3, nr. 10; Adams, A-409; B.IN.G, I, nr. 28; R. Mortimer, Harvard College Library. Part I: French 16th Century Books, Cambridge MA, 1964, nr. 10; F. Schreiber, The Estiennes. An Annotated Catalogue of 300 Highlights of Their Various Presses, New York, 1982, nr. 88; BMSTC French, p. 6; Index Aureliensis, 102.049.
La Italia liberata da Gotthi del Trissino. La Italia liberata da Gotthi del Trissino. 1a parte: Roma

La Italia liberata da Gotthi del Trissino. La Italia liberata da Gotthi del Trissino. 1a parte: Roma, Valerio e Luigi Dorico, a petizione di Antonio Macro, maggio 1547; 2a e 3a parte nel colophon: Venezia, Tolomeo Gianicolo, novembre e ottobre 1548.

Trissino Gian Giorgio Tre parti in un volume in 8vo (mm. 148×93). 1a parte (libri I-IX): cc. [8, incluso il bel frontespizio entro elegante bordura architettonica in legno], 175, [1 bianca] ed 1 tavola ripiegata fuori testo incisa in legno (castrametazione del campo di Belisario) posta fra le cc. P2 e P3. Segnatura: *8 A-Y8. Errata alle c. *7r-*8r. Carta Y8 bianca; 2a parte (libri X-XVIII): cc. [4], 181, [2]. Segnatura: [χ]4 Aa-Zz8. Il fascicolo [χ], che contiene una pianta di Roma incisa in legno su doppia pagina con rispettiva legenda e l’errata relativa alla seconda parte, si trova rilegato all’inizio anziché alla fine della seconda parte. Marca tipografica del Gianicolo a tutta pagina al verso della carta Zz8. Manca la carta bianca Zz7. Colophon a c. Zz6r; 3a parte (libri XIX-XXVII): cc. 184, [4, di cui l’ultima bianca]. Segnatura: aaa-zzz8 [χ]4. Colophon a c. zzz8r. Marca tipografica del Gianicolo a tutta pagina a c. zzz8v. Il fascicolo [χ] contiene l’errata della parte terza. Carta [χ]4 bianca. Testo in caratteri corsivi recanti le varianti ortografiche introdotte dallo stesso Trissino (cfr. L. Balsamo-A. Tinto, Origini del corsivo nella tipografia italiana del Cinquecento, Milano, 1967, p. 156). Sul risguardo libero ex-dono di Guglielmo Carlo Cotton a Edward Hawkins (datato Inghilterra, 6 dicembre 1841). Il presente esemplare non reca le censure e soppressioni di testo effettuate in sede di stampa che descrive B. Gamba (cfr. Serie di testi di lingua italiana, Venezia, 1839, nr. 1713). Legatura inglese degli inizi del XIX secolo in marocchino verde a grana larga, piatti entro duplice filettatura dorata con fleurons agl’angoli, dorso a cinque nervetti con ricchi fregi e titolo in oro, tagli dorati, filetti e fleurons interni sempre in oro (Bound by C. Hering, N° 10 St. Martin Street, London) (spellature agl’angoli e alle cerniere). Ottima copia. Prima edizione, in esemplare non censurato, di questo poema epico cui l’autore si dedicò per quasi vent’anni anni. Esso riflette le convinzioni teoriche espresse dal Trissino nelle sei parti della Poetica (1529 e 1562). La struttura dell’opera consta di ventisette libri in endecasillabi sciolti che narrano la guerra dell’imperatore Giustiniano contro gli Ostrogoti. Nella dedica rivolta a Carlo V, Trissino dichiara che il nuovo poema moderno deve essere composto secondo una diretta imitazione dei grandi testi esemplari di Aristotele e di Omero, modelli di riferimento per la creazione di un poema fondato sull’unità di azione e sulla ricerca del decoro nei comportamenti dei personaggi. La narrazione si muove sui dati storici forniti dallo scrittore greco Procopio di Cesarea (fl. V-VI secolo). La vicenda si incentra sulla spedizione dei Bizantini che, sotto la guida dei generali Belisario e Narsete, conducono una guerra vittoriosa contro i Goti, sconfiggendoli e prendendo prigioniero il loro capo Vitige nella battaglia conclusiva di Ravenna. La guerra rappresenta, in realtà, il pretesto per una serie di digressioni erudite che rendono il poema un pedantesco tentativo di recupero volgare dell’antica epica classica. L’Iliade è l’archetipo sul quale si modellano i versi sciolti trissiniani, ricalcati sull’esametro greco e preferiti al ritmo cadenzato dell’ottava tradizionale. L’avvicendarsi di scontri, assalti e duelli costituisce la struttura dell’Italia liberata da Gotthi, sulla quale l’autore innesta lunghi discorsi pronunciati dai personaggi, situazioni amorose intessute di rimandi a Petrarca e a Dante, presenze di un "meraviglioso" pagano divenuto artificiosamente cristiano. Giustiniano è il principale protagonista di un’opera che rifiuta il modulo romanzesco per immettere in un poema eroico rinnovato nello stile e nei contenuti le verità della storia e della politica. Le componenti mitologiche sono rivisitate in chiave religiosa: accade per le divinità greche che vengono trasformate in angeli quali Palladio, Nettunio, Saturnio. Dalla tradizione cavalleresca, Trissino eredita gli incantesimi, le magie, le storie d’amore. Il tentativo di rifondazione del genere epico realizzato da Trissino – autore, inoltre, della celebre Sofonisba (1524) che riproponeva in volgare le forme della tragedia greca – evidenzia tutto il limite di una costruzione libresca, frutto di un’astratta attenzione alle regole aristoteliche. La strategia compositiva, di cui l’Italia liberata dai Goti è testimone esemplare, non ebbe quella risonanza che si aspettava il suo autore, considerato, in un primo tempo, come il "nuovo Omero". Il poema fu giudicato negativamente dai contemporanei, come attestano il Discorso intorno al comporre dei romanzi di Giraldi Cinzio e i Discorsi dell’arte poetica e del poema eroico di Torquato Tasso (cfr. E. Musacchio, Il poema epico ad una svolta: Trissino tra modello omerico e modello virgiliano, in: "Italica", 2003, 3, pp. 334-352). Gian Giorgio Trissino, di nobile famiglia vicentina, studiò latino e greco a Milano sotto la guida di Demetrio Calcondila e filosofia a Ferrara sotto Niccolò Leoniceno. Animatore presso la propria villa delle adunanze dei maggiori intellettuali della città, fu amico e mentore di Andrea Palladio. Per svolgere incarichi diplomatici per conto di Leone X e Clemente VII, Trissino visse a Ferrara, Venezia, Padova, Firenze, dove prese parte agli Orti Oricellari, e Roma, dove morì nel 1550. Ebbe così modo di conoscere P. Bembo, J. Sadoleto, C. Lascaris e G. Rucellai. Tradusse il De vulgari eloquentia di Dante (1529). Entrò nella questione della lingua con il dialogo Il castellano (1529) e propose una riforma ortografica del volgare che non ebbe seguito (cfr. Convegno di studi su Giangiorgio Trissino, Vicenza, 31 marzo-1 aprile 1979, a cura di N. Pozza, Vicenza, 1980, passim). Tolomeo Gianicolo, tipografo bresciano attivo a Vicenza e a Venezia, stampò quasi tutte le opere di Gian Giorgio Trissino, cui apparteneva l’emblema che divenne la marca del Gianicolo. Secondo G. Castellani, Tolomeo Ianiculo era lo pseudonimo, inventato
Adelchi tragedia di Alessandro Manzoni con un discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia

Adelchi tragedia di Alessandro Manzoni con un discorso sur alcuni punti della storia longobardica in Italia

MANZONI, Alessandro In 8vo (mm. 220×140). Pp. [8], 288. Le carte preliminari contengono un avviso editoriale, l’occhietto, il frontespizio e la dedica alla moglie Enrichetta Blondel. Errata stampata in calce all’ultima pagina. Brossura marmorizzata coeva con etichetta e titolo al dorso. Bellissima copia intonsa con barbe e a fogli diseguali, conservata in solida scatola di cartone di recente esecuzione. Prima edizione. Composta fra il 1820 e il 1822, l’Adelchi mette in scena l’ultimo scontro tra i regnanti Longobardi, che avevano schiacciato l’Italia, e Carlo re dei Franchi, che li sconfisse e sostituì nel dominio. La vicenda è inscenata quale storia dei figli di Desiderio, Adelchi ed Ermengarda, protagonisti-vittime: uno che vede con lucidità la logica di forza impersonata dai re, e muore, patendo un torto che non vuol più fare ad altri; l’altra che, dopo il ripudio subito da Carlo (che ama ancora), muore offrendosi vittima che sconta le colpe della sua stirpe di oppressori. La tragedia mostra, nell’intreccio e nel disegno dei personaggi, una sensibilità nuova e quasi un sapore di romanzo, e una traccia cristologica, nella figura del sacrificio espiatorio da cui solo si attinge una possibile salvezza. Parenti, Rarità bibliografiche dell’Ottocento, p. 148; Vismara, 278; Parenti, Prime edizioni italiane, p. 331.
Un Souvenir de Solferino. Deuxième edition

Un Souvenir de Solferino. Deuxième edition

Dunant In 4to (mm. 278×177). Pp. [8], 115, [1 bianca] con un bifolio fuori testo recante la mappa della battaglia. Si tratta di una litografia disegnata da B. Müller su istruzione dell’autore ed incisa da Pilet e Cougnard a Ginevra. Legatura moderna in mezza pelle blu con punte, dorso con fregi e titolo in oro, brossure originali a stampa conservate. Lieve brunitura uniforme. Intonso. SECONDA EDIZIONE, la prima messa in commercio dopo la prima edizione non venale stampata privatamente da Jules-Guillaume Fick sempre nel 1862. Il grande scalpore suscitato dall’opera indusse infatti il Dunant a stampare e mettere in commercio per un pubblico più vasto questa seconda edizione. "Cet ouvrage n’ayant pas été d’abord destiné à la publicité, toute une première édition n’a pas été mise en vente. Mais l’auteur, pressé par des sollicitations, venues de différents côtés à la fois, a dû consentir à la réimpression de ce travail. Il espère d’ailleurs, en le livrant au public, n’atteindre que mieux le but qu’il s’est proposé, et en regard duquel il a accédé aux nombreuses demandes qui lui étaient adressées" (premessa della seconda edizione, p. [7]). La diffusione fu capillare, come testimonia il numero di librai, menzionati sul frontespizio, che parteciparono a questa edizione: Genève, Paris, Joel Cherbuliez; Turin, Bocca frères; St Pétersbourg, Jaques Isakoff; Leipsic, F.-A. Brockhaus. "On 24 June 1859 the Battle of Solferino – one of the bloodiest of the nineteenth century – was fought between the Austrians and the French-Piedmontese alliance. Dunant, a Swiss philanthropist, witnessed the battle and its dreadful aftermath, in which the nearly 40,000 casualties were left to die with no medical treatment except what he and the local inhabitants could provide them. Upon returning to Geneva Dunant published Un souvenir de Solferino, an account of the horrors he had seen coupled with an appeal for "some international principle, with the sanction of an inviolable convention, which. might constitute a basis for the relief of the wounded in the various countries of Europe’. The wide interest generated by Dunant’s book led in 1863 to the formation of a committee which later became the International Red Cross, and in 1864 to the establishment of the Geneva Convention. Dunant shared with Frédéric Passy the first Noble Peace Prize in 1901" (Norman, 670). "The first edition of Un Souvenir de Solferino consisted of sixteen hundred copies printed in November 1862 for private distribution. Only four hundred of these were actually distributed; these copies, constituting the original issue, have a title page stating "Ne se vend pas’ above the imprint. A month later, in December 1862, Dunant had another thousand copies bound with a title page indicating "deuxième édition’. The third edition, in which Dunant suggested the extension of Red Cross services to victims of natural disasters, appeared in 1863. An English translation was published by the American Red Cross in 1939" (Haskell-Norman, One Hundred Books Famous in Medicine, p. 269). PMM, 350; Norman, 670; Garrison-Morton, 2166; Waller, 2639; Heirs of Hippocrates, 1945; En Français dans le Texte, 284.
Crestomazia italiana poetica

Crestomazia italiana poetica, cioè scelta di luoghi in verso italiano insigni o per sentimento o per locuzione, raccolti, e distribuiti secondo i tempi degli autori dal conte Giacomo Leopardi

LEOPARDI, GIACOMO. Due parti in un volume in 12mo (mm. 173×104). Pp. [6], 638. Mezza pelle coeva con punte, dorso con fregi e titolo in oro, tagli gialli. Lievi fioriture sparse, alone chiaro al titolo. Ottima copia. PRIMA EDIZIONE di questa antologia di poeti italiani, che fu commissionata al Leopardi dal libraio Antonio Fortunato Stella come testo di sussidio per l’educazione e l’istruzione della gioventù. Destinata quindi agli studenti, nonostante una tiratura di duemila esemplari, l’opera è divenuta di una certa rarità. Comprende componimenti di circa ottanta poeti italiani, ripartiti per secoli dal Quattrocento all’Ottocento. Si tratta per lo più di testi che il Leopardi possedeva nella biblioteca di famiglia e che riflettono la sua predilezione per il genere lirico e comico-satirico. L’anno precedente presso lo stesso editore era uscito il volume riguardante la prosa. Tra il 1825 e il 1827, invitato dall’editore Stella a collaborare ad alcune sue iniziative editoriali, Leopardi compì un lungo viaggio che lo portò a visitare Bologna, Milano, Pisa e Firenze, dove presso il Gabinetto Vieusseux conobbe Vincenzo Gioberti. Fu durante quell viaggio che Leopardi curò, tra le altre cose, le due antologie di autori italiani in prosa ed in versi, che furono poi pubblicate dallo Stella tra il 1827 e il 1828. Parenti, p. 308; Mazzatinti, 668; Benedettucci, 35/B.
Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi. Parigi

Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi. Parigi, Libreria europea di Baudry (dai torchj della signora Lacombe), 1842 [i.e. Firenze, Felice Le Monnier, 1845]

LEOPARDI, GIACOMO. In 8vo (mm. 185×115). Pp. 136. Brossura editoriale color rosa recante il titolo al piatto anteriore ed un avviso al piatto posteriore che recita: "Alle Opere di Giacomo Leopardi stampate in Firenze nell’anno 1845 in tre volume pei tipi di Felice Le Monnier è necessario complemento questo Poemetto in otto canti intitolato Paralipomeni della Batracomiomachia. Prezzo: Franchi 3". Fioriture sparse, peraltro buon esemplare intonso con barbe. RISTAMPA FIORENTINA dell’edizione originale pubblicata realmente a Parigi da Baudry nel 1842. Qualche anno più tardi, l’editore fiorentino Le Monnier, per completare l’edizione delle Opere di Giacomo Leopardi da lui curata nel 1845, comprò le rimanenze di Baudry e le mise in vendita, sostituendo la brossura gialla originale con una nuova brossura rosa recante la nota sopra riportata. Il successo tuttavia fu notevole e, una volta esaurita la scorta, il Le Monnier provvide a ristampare l’edizione per due volte, lasciando invariato il frontespizio originale riportante i dati tipografici del Baudry. Le due ristampe fiorentine si distinguono tuttavia per la correzione degli errori nel testo e la conseguente eliminazione dell’errata, nonché per l’uso di diversi caratteri di stampa. In particolare a p. 53, r. 1 "MARAVIGLIA" è cambiato in "Maraviglia" e a p. 22, r. 8 il corretto "carrozzevole" è sostituito dalla lectio facilior "carezzevole". A complicare ulteriormente le cose, in quegli anni apparve anche una contraffazione napoletana, che tuttavia si distingue facilmente per avere 108 pp. e quattro stanze per pagina anziché tre. Leopardi aveva pubblicato una sua traduzione in sesta rima della Batracomiomachia già nel 1816. I Paralipomeni, opera satirica in ottava rima che rappresenta una sorta di compimento delle decennali ricerche leopardiane sul celebre poemetto pseudo-omerico, furono iniziati nel 1830 e terminati la sera prima della morte di Leopardi, avvenuta il 14 Giugno del 1837, stando alla testimonianza dell’amico Antonio Ranieri, che si occupò poi di pubblicarli postumi a Parigi. Mazzatinti-Menghini, 694; Biblioteca comunale di Milano, Catalogo del fondo leopardiano, nn. 113, 115 e 116; Parenti, Prime edizioni, 309.
Canti]. Manoscritto su carta. [Italia

Canti]. Manoscritto su carta. [Italia, 1831 ca.]

LEOPARDI, GIACOMO. Mm. 214×143. Cc. [44] numerate nell’angolo superiore esterno 5-94. Fascicoli: I12-1 II16+2 III16-1. Mancano le carte I2 (numerate 7/8) e III16, ma il testo risulta completo. Vergato in inchiostro bruno da una sola mano. Cartoncino coevo privo del dorso, che permette quindi di vedere i tre fascicoli cuciti insieme. Sul piatto anteriore varie note manoscritte, prove di penna e conti numerici: in grande il nome "Leopardi"; in alto, più in piccolo, la firma di appartenenza "Domenico Tannazzi", ripetuta anche in basso con la data "1831"; più sopra altre due date "184[?]" e "1844"; altra nota "il mio cuore è tutto Francesco/ Bisogna/ il mio cuore/ attende/ attende"; altra firma di appartenenza "Giuseppa Cattalini" (il nome Giuseppa è ripetuto per due volte anche più in basso). Al piatto posteriore grossa macchia nera. Forti tracce di umidità sui piatti e lungo tutto il volume. Porzione inferiore della carta III14 rimossa con perdita di testo. Intonso con barbe. Conservato in una moderna scatola in cartone ricoperto di carta marmorizzata. Interessante manoscritto, databile all’inizio degli anni 30 dell’Ottocento, che riproduce fedelmente l’edizione dei Canti pubblicata a Firenze da Piatti nel 1831, incluse le note e l’indice finale. Il manoscritto, come l’edizione Piatti, comprende ventitre componimenti, tra cui anche i cosidetti "Grandi Idilli", composti tra il 1829 e il 1831, ossia Il Risorgimento, A Silvia, Le ricordanze, Canto notturno di un pastore vagante dell’Asia, La quiete dopo la tempesta e Il sabato del villaggio. Il manoscritto potrebbe essere stato copiato da tale Domenico Tannazzi, che si firma sulla copertina anteriore in data 1831, per poi successivamente passare nelle mani di tale Giuseppa Cattalini.